Parchi e Foreste
 

PARCO NAZIONALE DELL'ASPROMONTE:

Lembo meridionale della catena appenninica, d'origine granitico-cristallina, somiglia a una gigantesca piramide che, prossima al mare, s'inerpica fino a 2000 metri con numerose cime e diversi altipiani d'origine sedimentaria marina. Segnata profondamente da molti corsi d'acqua, nell'area protetta coperta da vasti boschi e macchia mediterranea sono presenti numerose specie, dal lupo al falco pellegrino, dal gufo reale all'astore. Vanta la presenza d'autentiche rarità quali l'aquila del Bonelli e la felce tropicale. Il parco è arricchito anche da notevoli presenze storiche, artistiche e archeologiche, testimonianze della cultura classica, grecanica e medievale.

Numeri utili:
www.parcoaspromonte.it
enteparcoaspromonte@tin.it
tel 0965/743060 - Fax 0965/743026

PARCO DELLA SILA:

Il nome SILA deriva dal greco HYLE e dal latino SILVA. Secondo Eliano ( II secolo d.C.) il dio della foresta, figlio del Crati, al quale si consacrava la pece e si sacrificavano giovenchi su altari ornati con rami di pino e abete si chiamava Sileno. La foresta era proprio la Sila.Inoltre la Sila era anche il bosco consacrato a Hera Lacinia, il cui tempio sorgeva su un promontorio nei pressi di Capo Colonna. L'intera Calabria, all'epoca dei primi arrivi greci sulle rive del Mar Jonio, era ricoperta dal Pollino allo Stretto di Messina, da un'unica impenetrabile foresta: la Sila. E fu proprio grazie alla maggiore stabilità idrologica del suolo, che molte delle attuali fiumare risultarono navigabili per lunghi tratti ed, a volte, rappresentavano le uniche vie di penetrazione verso le aree interne; infatti la presenza di una siffatta foresta smorzava la forza impetuosa delle piogge e ridistribuiva gradualmente l'acqua, evitando piene e straripamenti. Quindi, un così grande equilibrio ecologico garantiva una grande riserva di legname, selvaggina e altri prodotti, che poco venivano sfruttati dai popoli indigeni che abitavano la Calabria, in quanto si dedicavano essenzialmente alla pastorizia e alla caccia. Furono le popolazioni magno-greche a meglio interpretare le caratteristiche dell'altopiano ed ad utilizzare tutte le immense risorse che offriva. Verso la metà del VIII sec a.C., coloni greci approdarono sulle rive del Mar Jonio, fondando due delle maggiori città della Magna Grecia: Sybaris e Kroton.

Durante la crescita e l'apogeo delle colonie magno-greche, si raggiunse un grandissimo equilibrio tra l'uomo e l'habitat. Tutte le zone pianeggianti vicino la costa furono disboscate ed utilizzate per la coltura di cereali (ulivi e viti); ma questo non ci deve far pensare a un'opera di disboscamento incosciente, in quanto i Greci sapevano che il perfetto assetto idrogeologico era garantito dai boschi. Lo straordinario benessere delle colonie portarono all'espansione commerciale e politica in tutta la regione; quindi oltre agli itinerari marini, si sentì l'esigenza di raggiungere le coste tirreniche anche dall'interno, e questo fu possibile solo navigando i fiumi più interni: risalirono, infatti, la Valle del Crati e quella dell'Esaro e ridiscesero quella del Vaccata. Nel IV sec. a. C., con la decadenza delle colonie greche, inizia quel graduale processo di trasformazione del territorio calabrese che prosegue fino ai nostri giorni. In quel periodo approdarono in Calabria i Bruzi, genti provenienti dal nord e dediti essenzialmente alla caccia, alla pastorizia e all'agricoltura. Dapprima si rifugiarono nelle zone più interne della foreste per nascondersi, poi, man mano, iniziarono ad ingrandirsi fino a dichiarare guerra ai coloni greci. In poche decine d'anni sorsero le prime colonie bruzie: Cosentia, Pandosia, Petelia; si formò la loro federazione e quindi la loro pressione sui coloni greci divenne sempre più forte. Nel 280 a.C., si alleano con Pirro contro i Romani e questo fu l'episodio che scatenò lo sfruttamento sconsiderato delle risorse ignifughe dell'altopiano silano. Infatti, avendo sconfitto Pirro, Roma punì severamente il popolo Bruzio, confiscando loro grandi estensioni di foresta silana e iniziando a prelevare enormi quantità di legname per la costruzione di edifici e navi. Durante le guerre puniche il popolo bruzio, affiancò Annibale e, quando nel 203 a.C. questi lasciò la Calabria, i Bruzi subirono punizioni ancora più pesanti delle precedenti.

I disboscamenti iniziarono ad essere molto più sistematici dal 71 a.C. in poi, data in cui venne sconfitto in Puglia Spartaco, dopo aver trovato, per molti mesi, rifugio e sostentamento in Sila. I Bruzi, comunque, anche se perdettero la loro indipendenza, non persero i loro possedimenti: si limitarono a pagare a Roma ingenti tributi. Quindi l'Università di Cosenza e Casali, succeduta nei diritti alla federazione bruzia, rimase essa stessa proprietaria dei terreni silani, anche quando i Normanni dichiararono la Sila demanio regio. Nonostante le grosse opere di disboscamento operate sulla Sila, questa rimaneva pur sempre un vasta e selvaggia foresta, priva di insediamenti umani stabili: quindi il suo patrimonio naturale era ancora sostanzialmente integro.   Intorno al monastero, fondato nel 1189 da Gioacchino da Fiore su un costone orientale dell'altopiano silano, a partire dal 1500 iniziò a sorgere il paese di San Giovanni in Fiore. Si viene così delineandosi la suddivisione della Sila in Sila Regia e Sila Badiale. La Sila Regia rimase tale solo a livello teorico: quasi completamente disabitata, priva di efficienti vie di comunicazioni, fu interessata da aspre contese sulla proprietà di terreni e sui diritti di uso civico. Queste contese hanno avuto inizio a causa delle "usurpazioni" portate avanti da privati ai danni di terreni del demanio o che erano finalizzati a usi civici, ed a beneficio delle popolazioni di Cosenza e Casali. Le zone usurpate venivano disboscate e messe a coltura in modo da formare delle vere e proprie "difese". Questo gravissimo fenomeno, che durò fino all'800, creò delle gravissime tensioni sociali in quanto le popolazioni interessate si vedevano private perfino dei loro secolari diritti di pascolo. Tensioni sociali che sfociarono in delle vere e proprie distruzioni delle foreste silane, da parte di contadini, pastori e grandi proprietari terrieri: iniziarono grossi disboscamenti per creare nuove terre da coltivare e si appiccarono numerosi incendi per creare nuovi pascoli. La distruzione delle foreste e le conseguenti erosioni delle pendici, avevano prodotto, a valle dell'altopiano, un allargamento e un sollevamento degli avei dei fiumi, riempiti da detriti prodotti dalle frane. Nonostante ciò, i disboscamenti continuarono fino al secondo dopoguerra.

Inizialmente furono società forestali provenienti da fuori regione a tagliare le rimanerti Selve della Sila, realizzando addirittura caseggiati per la raccolta di legname, ferrovie e funivie per il loro trasporto a valle. La Sila, quindi, stava subendo un grosso fenomeno di colonizzazione, ancora di più favorito dalla costruzione della linea ferroviaria, che da Cosenza avrebbe dovuto raggiungere Crotone. Il primo tratto    (fino a Pedace ) fu inaugurato nel 1916, l'ultimo ( fino a San Giovanni in Fiore ) nel 1956. Nel secondo dopoguerra il colpo di grazia alle foreste silane fu dato dagli alleati anglo-americani, i quali dovettero prelevare un ingente quantitativo di legname per riparare i danni di guerra. Nel 1950 lo Stato decise di porre fine alla questione silana, emanando una legge apposita e costituendo l'Opera per la Valorizzazione della Sila: i latifondi della Sila e del Crotonese furono espropriati, i terreni divisi in lotti e aggregati in piccoli villaggi sparsi in tutto l'altopiano. Nei decenni successivi, si ricostruì il demanio forestale e iniziò una vasta opera di rimboschimento. Nel 1968 venne istituito il Parco Nazionale della Calabria, nato dall'esigenza di salvaguardare le bellezze silane, dopo la presentazione al Parlamento nel 1960 di un nuovo progetto di legge, essenzialmente protezionistico.


Il più giovane dei parchi nazionali visse dei momenti di grande oscuramento, dovuti alla difficoltà di far funzionare il suo Comitato di Tutela. Ancora di più le cose peggiorarono con l'emanazione della legge quadro sulle aree protette, in quanto confermava la costituzione del Parco Nazionale del Pollino e quello dell'Aspromonte, ma nello stesso tempo escludeva il Parco Nazionale della Calabria dall'elenco dei parchi nazionali. Nel 1992, il W.W.F. Calabria presentò una bozza di disegno di legge di modifica della legge quadro, che prevedeva l'istituzione di un unico grande Parco Nazionale della Sila, che comprendeva una gran parte dell'altopiano silano, e, finalmente, l'8 ottobre 1997 si istituì il Parco Nazionale della Sila. 

Il mare e la montagna, gli abissi e le vette: possono sembrare ambienti lontani ma in Calabria v'è un massiccio, il Reventino, che li avvicina come pochi in Italia. Anzi dai suoi boschi si può addirittura godere la vista di due mari e perfino di alcune isole.

Il comprensorio del Reventino, infatti, si affaccia con il suo profilo ondulato sulla parte più stretta della Penisola, l'istmo di Marcellinara tra i mari Jonio e Tirreno, di appena 30 chilometri. Questo singolare gruppo montuoso è il naturale prolungamento verso ovest della Sila Piccola, con la sua catena montana che parte da monte Serralta (1246m) a monte Reventino (1417m) e monte Mancuso (1328m), come una barriera invalicabile interrotta solo dalle profonde incisioni dei fiumi Corace ad Est e Amato nella parte centrale, nelle quali si elevano, in posizione strategica sul letto dei due fiumi, rispettivamente, l'abitato di Gimigliano e quello di Tiriolo.

La catena copre, a Nord, lo stupendo pianoro ondulato sulle sponde dell'alto corso dell'Amato. Il pianoro è circondato dalle montagne anche sugli altri lati: ad Ovest dal crinale del lato sinistro del bacino del fiume Savuto, di andamento quasi parallelo al corso dello stesso fiume, a Nord dalla Sila Grande e ad Est dal displuvio tra i fiumi Melito e Corace. Dalla sua sorgente sul Reventino il fiume Amato, nel suo tratto montano, scende dolcemente da Oriente verso Occidente, per poi invertire la direzione, con un ampio semicerchio tra le gole di Serrastretta, Tiriolo e Marcellinara, immettendosi quindi nella piana lametina per sfociare nel mar Tirreno. L'altro fiume che attraversa il tratto montano, il Corace, nasce dal monte Brutto e scende con pendenza non eccessiva sino al profondo burrone esistente tra i territori di Cicala e Gimigliano, dove le sue acque, ingrossate dal fiume Melito, percorrono l'ultimo tratto in direzione Sud/Sud/Est sino alla sua foce sul mar Jonio. Sull'altopiano i due fiumi corrono quasi paralleli, a distanza tra loro di 1-2 chilometri, separati da una propaggine collinare a quota 800/900 metri. I loro corsi divergono tra Cicala e Gimigliano, in corrispondenza del masso calcareo formato in parte dal monte Tiriolo.

La profonda incisione del vallone Acciaio, affluente del Corace, divide dalla propaggine quest'ultimo monte che si erge, con le sue ripide pendici, in posizione dominante su tutto l'istmo e dalla cui sommità si abbracciano in un solo sguardo lo scenario unico ed incomparabile dei due Mari, lo Jonio e il Tirreno separati da uno stretto lembo di terra.

Tra i monti Reventino e Mancuso nasce, in corrispondenza del colle S.Mazzeo, il fiume Bagni che scende, con andamento fortemente torrentizio di direzione Nord/Sud lungo una profonda incisione della pendice montana, sul golfo di S.Eufemia. Il fiume è noto sin dall'antichità per le sue sorgenti d'acqua calda che sgorgano lungo il suo ripido bacino, usate per le cure termali sin dall'epoca greco/romana, epoca della quale la zona conserva l'antico nome mitologico di Caronte, denominazione data anche allo stabilimento di cure termali che sorge sullo stesso luogo.

Numeri utili:
www.parcosila.it
info@parcosila.it



PARCO DEL POLLINO:

Con i suoi 192.565 ettari, il Parco Nazionale del Pollino è la più grande area protetta d'Italia tra la Calabria e la Basilicata, capace di offrire i paesaggi più svariati. Grandi aree wilderness dove il pino loricato - vero emblema del Parco- si abbarbica  alle pareti di roccia mentre il vento ne modella la forma contorta, accanto ai paesaggi dolci delle valli, dei declivi lussureggianti di fiori a primavera, dei pianori estesi dove ancora si pratica la pastorizia antica.
A est e a ovest l'orizzonte incontra il mare, raggiungibile in breve tempo pur se da grandi altezze. Alla solitudine delle cime più alte, dominate dal volo maestoso dell'aquila reale, fa da contrappunto la realtà diffusa del paesaggio antropico: piccolissimi paesi dove ancora le donne anziane indossano il costume tradizionale, accanto a centri abitati più grandi, punti di riferimento per importanti iniziative culturali di richiamo. In questo territorio resistono tenacemente nuclei di cultura, lingua e tradizione arbëreshe (italo-albanese), accanto ai segni archeologici delle dominazioni che vi si sono succedute nel corso dei secoli.
Visitare il Parco Nazionale del Pollino diventa così un'esperienza che mette insieme più ragioni: trovare una natura insolita e per molti aspetti ancora selvaggia, confrontarsi con la cultura, gli usi, il folklore delle genti meridionali, conoscere un'area protetta tesa a valorizzare le proprie risorse e capace di offrire al visitatore innumerevoli possibilità per godere di una vacanza all'insegna della bellezza paesaggistica, del  gusto della scoperta, del piacere del tempo ritrovato.
La programmazione ambientale del Parco è indirizzata prioritariamente alla salvaguardia delle risorse naturalistiche che sono numerose, preziose e talvolta rare: il capriolo autoctono di Orsomarso, il lupo appenninico, l'aquila reale, il pino loricato. Lo sviluppo basato sulla conservazione mette in atto specifiche azioni per proteggere la diversità dei sistemi naturali, la loro ecologia e biologia, le loro funzioni e per assicurare l'uso sostenibile delle risorse rinnovabili, garantendo una capacità di carico ambientale in equilibrio con le possibilità e i limiti della Natura.
In quest'ottica, sono previste, accanto agli interventi di tutela, iniziative volte a promuovere la crescita economica delle popolazioni residenti, con incentivi e sostegno ad attività compatibili con l'ambiente. Nella stessa direzione vanno la realizzazione del Marchio per il Parco, l'agricoltura biologica, almeno un intervento in ogni comune per realizzare case parco, centri visita, eco-ostelli, totem informativi. Soprattutto ai giovani sono indirizzate sollecitazioni e proposte perché individuino nell'area del Parco le possibilità per investire in piccola e media impresa, per attivare società di servizi, per cimentarsi nelle tante nuove professioni che possono nascere con la presenza del Parco Nazionale.

Numeri utili:
www.parcopollino.it
direttore@parcopollino.it
Tel. 0973.669311-Fax 0973.667802




I MONTI REVENTINI-TIRIOLO-MANCUSO:


Il mare e la montagna, gli abissi e le vette: possono sembrare ambienti lontani ma in Calabria v'è un massiccio, il Reventino, che li avvicina come pochi in Italia. Anzi dai suoi boschi si può addirittura godere la vista di due mari e perfino di alcune isole.

Il comprensorio del Reventino, infatti, si affaccia con il suo profilo ondulato sulla parte più stretta della Penisola, l'istmo di Marcellinara tra i mari Jonio e Tirreno, di appena 30 chilometri. Questo singolare gruppo montuoso è il naturale prolungamento verso ovest della Sila Piccola, con la sua catena montana che parte da monte Serralta (1246m) a monte Reventino (1417m) e monte Mancuso (1328m), come una barriera invalicabile interrotta solo dalle profonde incisioni dei fiumi Corace ad Est e Amato nella parte centrale, nelle quali si elevano, in posizione strategica sul letto dei due fiumi, rispettivamente, l'abitato di Gimigliano e quello di Tiriolo.

La catena copre, a Nord, lo stupendo pianoro ondulato sulle sponde dell'alto corso dell'Amato. Il pianoro è circondato dalle montagne anche sugli altri lati: ad Ovest dal crinale del lato sinistro del bacino del fiume Savuto, di andamento quasi parallelo al corso dello stesso fiume, a Nord dalla Sila Grande e ad Est dal displuvio tra i fiumi Melito e Corace. Dalla sua sorgente sul Reventino il fiume Amato, nel suo tratto montano, scende dolcemente da Oriente verso Occidente, per poi invertire la direzione, con un ampio semicerchio tra le gole di Serrastretta, Tiriolo e Marcellinara, immettendosi quindi nella piana lametina per sfociare nel mar Tirreno. L'altro fiume che attraversa il tratto montano, il Corace, nasce dal monte Brutto e scende con pendenza non eccessiva sino al profondo burrone esistente tra i territori di Cicala e Gimigliano, dove le sue acque, ingrossate dal fiume Melito, percorrono l'ultimo tratto in direzione Sud/Sud/Est sino alla sua foce sul mar Jonio. Sull'altopiano i due fiumi corrono quasi paralleli, a distanza tra loro di 1-2 chilometri, separati da una propaggine collinare a quota 800/900 metri. I loro corsi divergono tra Cicala e Gimigliano, in corrispondenza del masso calcareo formato in parte dal monte Tiriolo.

La profonda incisione del vallone Acciaio, affluente del Corace, divide dalla propaggine quest'ultimo monte che si erge, con le sue ripide pendici, in posizione dominante su tutto l'istmo e dalla cui sommità si abbracciano in un solo sguardo lo scenario unico ed incomparabile dei due Mari, lo Jonio e il Tirreno separati da uno stretto lembo di terra.

Tra i monti Reventino e Mancuso nasce, in corrispondenza del colle S.Mazzeo, il fiume Bagni che scende, con andamento fortemente torrentizio di direzione Nord/Sud lungo una profonda incisione della pendice montana, sul golfo di S.Eufemia. Il fiume è noto sin dall'antichità per le sue sorgenti d'acqua calda che sgorgano lungo il suo ripido bacino, usate per le cure termali sin dall'epoca greco/romana, epoca della quale la zona conserva l'antico nome mitologico di Caronte, denominazione data anche allo stabilimento di cure termali che sorge sullo stesso luogo.

Un panorama Suggestivo

Ogni sito del territorio offre vedute suggestive e varie, dalle sue pendici geometricamente punteggiate dagli oliveti nelle quote più basse, dove più in alto svettano gli alberi di alto fusto, al piano collinare con i suoi poderi coltivati intervallati da alberature da frutto od ornamentali. Lungo le sue vette il panorama si allarga su un vastissimo territorio, con ampie vedute sull'orizzonte marino. Tra Platania e il passo di Acquabona, all'ora del tramonto, il mare appare, guardando in basso tra i tronchi degli alberi di faggio e di castagno spogli nei mesi invernali, come un'enorme lastra luminescente. La cima del Reventino è composta da due vette vicine, divise da una selletta, dalle quali si abbracciano ampie vedute mozzafiato. Da quella sul lato ovest si domina tutta la vallata del Savuto, con le sue pendici intensamente coltivate ad oliveti, vigneti e ortaggi, incise dai profondi valloni degli affluenti e con i suoi caratteristici abitati arroccati su cucuzzoli o su speroni: Rogliano, Belsito,Malito e Grimaldi sulla sponda destra e, sulla sponda sinistra Scigliano, Motta S.Lucia, Conflenti, Martirano, appollaiato su un grosso monolite roccioso che scende quasi a picco sul fiume, e l'abitato a scacchiera di Martirano Lombardo adagiato sulla pendice di monte Mancuso. Guardando in direzione del corso del Savuto, sull'avvallamento tra la catena silana e quella costiera, si stagliano sul cielo nettamente le cime più alte della catena del Pollino. Dalla vetta Est la visuale spazia tra l'istmo, sullo sfondo della catena delle Serre e delle cime aspromontane, e le isole Eolie in un ampio arco marino sino allo stretto di Messina. Nelle giornate limpide spingendo lo sguardo lungo la visuale che passa sopra il promontorio di monte Poro, l'area dello Stretto e la linea della catena Peloritana, si distingue chiaramente la caratteristica sagoma conica dell'Etna. Le pendici di monte Mancuso, che scendono sui versanti Sud, Ovest ed Est, sono coperte da foreste con alberi di varie essenze: cerri, pini, abeti, ontani, castagni e faggi. Le foreste sono caratterizzate dalle liane che fasciano e coprono con il loro fogliame i tronchi e i rami degli alberi, dando al bosco un aspetto suggestivo.

UNA VEGETAZIONE RIGOGLIOSA

In tutta l'area Reventino/Mancuso la vegetazione si presenta molto rigogliosa. Salendo da valle la folta vegetazione passa dall'area collinare prettamente mediterranea dominata dagli oliveti e querceti nei profondi valloni, a quella montana con gli alberi d'alto fusto di cerri castagni, pino lancio, abete bianco e faggi alle quote più elevate. I castagneti più folti si trovano tra Cicala, Serrastretta, Carlopoli e Gimigliano, con esemplari plurisecolari dalle dimesioni imponenti, dove tale albero rappresenta tradizionalmente un'importante risorsa con la raccolta e lavorazione del suo frutto e per il suo legno. Sulle pendici e sulla vetta del monte Mancuso v'è tutta una varietà di alberi: pioppi, roveri, ontani napoletani e ontani neri. Sul Reventino dominano i pini, i faggi e gli abeti. A Decollatura v'è un attrezzato parco comunale ricco di molte essenze con accanto, in località Cannelli un fitto bosco con esemplari plurisecolari di rovere e ontano napoletano. Il sottobosco, tra la primavera e l'estate, è ricchissimo di deliziose fragoline e, in autunno e in primavera, di pregiati funghi tra i quali il porcino, l'ovolo e la mazza di tamburo. Numerose le qualità di fiorellini multicolori, dalla violetta ad una grande varietà di orchidee selvatiche, che coprono le verdi radure forestali quando le stesse non sono ammantate di neve.
In questi ambienti sono presenti il lupo, soprattutto nelle parti più alte, la volpe, la faina, la donnola, la puzzola, il tasso, il ghiro e lo scoiattolo. Il cinghiaie è stato reimmesso nel dopo guerra ed attualmente è molto diffuso. Lo scoiattolo, dal ventre bianco e il dorso nero, è un grazioso animaletto che abita in nidi, del tipo di quelli degli uccelli, ma di maggiori dimensioni, si nutre con i pinoli dei pini e lo si incontra spesso mentre sale e scende rapidamente lungo i tronchi degli alberi.