Scienziati
» Severino Marco
Aurelio
Naque
a Tarsia (CS) il 2 novembre 1580 da Giacomo,
noto giureconsulto e da Beatrice Oranges. Si
laureò in medicina nell'Università di
Salerno "il più antico e rinomato Collegio
Medico d'Europa (come nota orgogliosamente
egli stesso)".
Nel 1622 gli fu assegnata la Cattedra di
Anatomia e Chirurgia nell'Ateneo napoletano,
nonchè il posto di Capo Chirurgo Ordinario
nel Nosocomio degli Incurabili, dove
introdusse nuove iniziative, nuove teorie,
nuove pratiche e nuove strumentazioni
chirurgiche.
Nel campo della pratica chirurgica fu uno
dei primi ad operare di tracheotomia,
pratica che adoperò ampiamente nell'epidemia
di difterite che si verificò a Napoli
durante la sua permanenza. La notorietà che
gli derivò dall'attività e capacità di
Chirurgo, lo posero al centro
dell'attenzione degli ambienti medici e
chirurgici del tempo, non solo napoletani,
ma internazionali, per cui nell'Ateneo
Partenopeo arrivarono medici da tutta Europa
e specialmente dalla Germania.
Le sue opere chirurgiche, "Sulla natura
degli ascessi", stampata a Napoli nel 1632,
"Sull'efficacia della medicina", stampata a
Francoforte nel 1646 e quella "Sulla
chirurgia" stampata pure a Francoforte nel
1653, mostrano come egli abbia ampiamente
meritato il titolo datogli dallo storico
Principe della Medicina italiana, Salvatore
de Renzi di "Rigeneratore della Chirurgia
italiana".
Durante un'altra epidemia che colpì Napoli
nel 1656 fu nominato Presidente del Collegio
Medico incaricato di accertare la natura del
male, detto "Morbo corrente" (Peste), che
già nel giugno dello stesso anno falciava,
in media, duemila vittime al giorno.
Malgrado le sollecitazioni e pressioni di
amici di allontanarsi da Napoli, dove "il
problema dominante era ormai diventato solo
quello di allontanare i cadaveri", non volle
abbandonare la città.
Morì di peste il 12 luglio 1656.
All'epoca di Marco Aurelio Severino, molti
ricercatori e studiosi si interessarono
all'argomento della "pietra fungaia"
specialmente dell'Italia Meridionale, sulle
cui montagne era più frequente trovarla.
Molti naturalisti italiani avevano espresso
la loro opinione sulla strana, dura,
compatta produzione, che, sepolta in poca
terra e regolarmente innaffiata era capace
di produrre, per un tempo più o meno lungo,
un'abbondante messe di carpofori
commestibili. Le spiegazioni di tale
fenomeno erano state, fino al tempo del
Severino, varie, incerte se non addirittura
fantastiche: si credeva, ad esempio, che la
pietra fungaia, detta anche "pietra
l'incuria" fosse urina di lince fossilizzata
e che, partecipando della natura animale e
di quella minerale, avesse la facoltà di
dare origine a produzioni vegetali, o al
limite del Regno vegetale, quale appunto
venivano consederati i funghi. Lo studioso
calabrese nell'affrontare l'argomento, prese
in esame con minuziosa ricerca, scritti e
pareri di numerosi naturalisti e studiosi di
più discipline, da Caio Plinio Secondo ad
Ermolao Barbari, Andrea Cesalpino, Pietro
Andrea Mattioli, Ferrante Imperato; dal
celebre fiammingo Carolus Clusius a Gerolamo
Cardano a Giulio Cesare Scaligero,
suffragando la razionale ricerca, (degno
seguace della Nuova Scuola Sperimentale),
con analisi chimiche possibili in quell'epoca.
Severino era convinto che le "pietre
fungaie" non fossero pietre vere e proprie,
ma formazioni fungine sotterranee, nè più nè
meno come i tartufi, capaci di generare
funghi, così come credeva Ferrante Imperato
che le chiamava "fartufi fongarii". Era
convinto che la "pietra fungaia",
partecipando della natura dei tartufi, fosse
un vegetale, anzi una spugna vegetale
fossilizzata, capace d'impregnarsi di una
grande quantità d'acqua e diventare matrice
di funghi.
La validità della sua tesi fu confermata dai
risultati dell'analisi chimica condotta sui
campioni di "pietra fungaia" assieme ad
altri ricercatori, e dimostrò come questa
non potesse assolutamente essere considerata
pietra in quanto la distillazione secca del
materiale non aveva dato altro che "acqua
fatua", "oleum guaiacinum", cenere e
carbone.
Oggi si può dire, anche se le conclusioni
dello scienziato calabrese non arrivarono
perfettamente alla determinazione dello
sclerozio di Polyporus tuberaster, che il
metodo di ricerca e studio da lui adottato
riflette una convenzione nuova ed efficace
nell'indagare la Natura e i suoi fenomeni.
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