Letterati
» Padula Vincenzo
Nacque
ad Acri (CS) il 25 marzo 1819 da Carlo Maria,
medico, e da Mariangela Caterino. A dieci
anni entrò nel seminario di Bisignano, dal
quale passò, poi, in quello maggiore di San
Marco Argentano, dove il 10 giugno 1843 fu
ordinato sacerdote. Dopo due anni
d'insegnamento, lasciò il seminario e,
spinto dai suoi forti interessi per la
letteratura e il giornalismo, e dalla sua
viva sensibilità civile e patriottica,
riprese e intensificò i contatti con
Domenico Mauro e con il gruppo dei giovani
liberali cosentini, che si riunivano intorno
a lui, mettendo la sua cultura e il suo
intelletto al servizio dell'ideale.
In quegli anni di lotte, animò, con la sua
eloquenza infuocata e trascinatrice, il
Circolo Democratico di Acri, schierandosi
apertamente a fianco di quanti operavano per
l'unificazione nazionale e in difesa delle
classi emarginate e dei Comuni, contro gli
usurpatori delle terre demaniali. Nella
reazione seguita ai falliti moti del 1844 e
del 1848, un ben individuato gruppo di
grossi agrari di Acri e del suo circondario,
per liberarsi di questo scomodo prete, che
osava metterne in discussione la leadership,
la ricchezza e il possesso della terra, armò
contro di lui una banda di killer che, la
sera del 25 settembre 1848, lo assalì
all'uscita dalla chiesa di San Domenico,
dove predicava la novena del Rosario. Nel
tafferuglio, che ne seguì, rimase ucciso
Giacomo, il più giovane dei fratelli, che
era accorso in suo aiuto. Da quel momento, e
fino al 1860, don Vincenzo, ricercato dalla
polizia, costretto a spostarsi in
continuazione da un luogo all'altro,
impedito nell'insegnamento pubblico e
privato, sottoposto a processi politici e,
più volte, inquisito, incarcerato e inviato
a domicilio coatto, fu costretto a una vita
di stenti e di privazioni, che ne condizionò
pesantemente l'attività letteraria iniziata,
sotto i migliori e più promettenti auspici,
negli anni della prima giovinezza. Solo dopo
la spedizione dei Mille e l'unificazione
d'Italia, il Padula, che all'acutezza e alla
versatilità dell'ingegno univa una vasta e
solida cultura, potè finalmente dedicarsi
all'insegnamento, e fu docente di
letteratura italiana nei licei di Cosenza e
di Napoli e, per due anni, nell'Università
di Parma.
Le sue prime opere furono due novelle
romantiche in ottave, a tema calabrese: Il
monastero di Sambucina (1842) e Valentino
(1845) che, pur non immuni da mende e
squilibri, presentano grandiosità
d'immagini, freschezza di fantasia,
splendore di forma e un'eccezionale capacità
di ritrarre lo spettacolo della natura e di
rappresentare l'uomo nella natura e di
fronte alla morte.
Agli anni della giovinezza risalgono pure
Sigismina, un'altra novella romantica
calabrese, in venti canti, di cui ci
rimangono, purtroppo, scarsi frammenti, e
L'Orco, una leggenda popolare polimetrica,
in dodici canti che è, forse, la sua opera
maggiore. Del 1850 è l'Antonello
capobrigante calabrese, un dramma in prosa
in cinque atti, a tematica brigantesca, ma
con forti implicanze sociali e politiche.
Nel 1864, a Cosenza, fondò Il Bruzio, un
bisettimanale politico-letterario, sul quale
studiò, con acutezza d'ingegno, in una serie
d'articoli, che il Croce giudicò "stupendi
di pensiero e di forma", i problemi del
sottosviluppo e dell'arretratezza culturale
delle regioni meridionali, individuandone le
motivazioni sociali nel feudo e nel
latifondo ancora persistenti, nel
comportamento antisociale della borghesia
agraria e nelle miserrime condizioni di vita
delle classi emarginate.
Delle opere del Padula "erudito" meritano di
essere ricordate la traduzione polimetrica
dell'Apocalisse di san Giovanni apostolo
(1854/1861), recensita positivamente dal
Carducci e ammirata dal Croce; l'Elogio
dell'abate Antonio Genovesi (1867); Pauca
quae in Sexto Aurelio Propertio Vincentius
Padula ab Acrio animadvertebat (1871);
Quomodo litterarum latinarum sint studia
instituenda Vincentius Padula ab Acrio
disserebat (1871); la Protogea ossia
l'Europa preistorica (1871). Le ultime opere
pubblicate, in vita, dal Padula furono le
Poesie varie, le Prose Giornalistiche e il
primo volume de Il Bruzio, edite tutte nel
1878. Nell'ultimo decennio della sua vita
don Vincenzo, deluso e ammalato, lasciò
Napoli e si rifugiò nel suo paese natio,
dove, consumato dalla spinite, si spense in
solitudine l'8 gennaio 1893.
|
|
|
|