Letterati
» De Filippis Vincenzo


Defilippis.jpgMatematico, filosofo, letterato, ministro, martire per aver professato idee progressiste in tempi di oscurantismo, negli anni che seguirono alla sua morte, non ebbe la notorietà e la fama che si addiceva ad un uomo della sua levatura e portata.
Vincenzo De Filippis nacque a Tiriolo il 4 aprile del 1749 ed appartenne ad onorata famiglia di possidenti. Della sua fanciullezza ben poco conosciamo; ricevette la sua prima istruzione nel paese natio e, giovanetto, dimostrò tale trasporto ed amore allo studio, che i suoi genitori, Vito e Laura Micciulli, si sentirono obbligati a farlo proseguire nella via del sapere; fu, pertanto, mandato a Taverna a scuola presso un tal Preti. Chi fosse questo precettore, quale educazione gli avesse impartito, quale influenza abbia avuto sulla sua formazione non sappiamo; è certo, però, che, dopo qualche tempo, si trasferì a Catanzaro e frequentò il Real Collegio. Il Collegio, fondato dai Gesuiti nella seconda metà del '600, era, a quei tempi, fiorente centro di studi ed uno dei pochi esistenti nella regione e vantava professori valenti; qui il De Filippis, tra gli altri, ebbe a maestro il padre Saragò dell'Ordine dei Minori, uomo colto, versato nelle scienze matematiche. Non è da dubitare che questo religioso dovette avere sul giovane discepolo un grande ascendente e che fu proprio lui ad infondergli quell'amore e predilezione per lo scienze esatte che mai poi dovevano venirgli meno.
Ma Catanzaro, dopo qualche anno, in fatto di istruzione, non aveva più nulla da offrire al De Filippis che, secondato dai genitori, per appagare la sua sete di sapere e di conoscere, non esitò di portarsi a Napoli: aveva poco meno di vent'anni.
La Napoli della seconda metà del '700 era veramente la città ideale per chi avesse voluto istruirsi o mettersi in luce.
In questa città il De Filippis si trovò a suo agio; si introdusse negli ambienti della cultura, frequentò gli uomini più rinomati dai quali fu presto apprezzato per la vivacità dell'ingegno e per la passione allo studio. Antonio Genovesi, il grande economista, colui che occupò la prima cattedra universitaria di economia politica istituita in Italia, lo ebbe discepolo prediletto in un primo tempo, amico carissimo poi; si racconta che questo insigne maestro, una volta, stando in compagnia di colleghi a lui pari per dottrina, vedendo il giovane discepolo, lo avesse chiamato e, presentandolo, lo avesse indicato come la "grande speranza d'Italia".
Godette l'amicizia di Eleonora de Fonseca Pimentel, la poetessa, la giornalista che nei pochi mesi di vita della Repubblica Partenopea, interamente e da sola scrisse il famoso giornale "Il Monitore Repubblicano"; costei gradiva la compagnia e la conversazione dello studioso calabrese perché, oltre ad essere letterata, in tatto di scienze matematiche, fisiche e naturali, possedeva una conoscenza sopra del volgare. Ed ebbe familiarità anche con altri uomini illustri, primo tra tutti Mario Pagano, di cui si son trovati libri con dedica autografa al De Filippìs.
Tuttavia il fatto più importante di questo soggiorno napoletano è l'adesione del giovane matematico calabrese all'illuminismo. Questo movimento di pensiero, nato all'alba dell'età moderna, che preparò la rivoluzione francese, nel sostenere la fede assoluta nella ragione e nel respingere il passato come era di superstizione e di errore, affermava la necessità di riformare le istituzioni di una società ormai decrepita, voleva il progresso dei popoli, bandiva la fratellanza fra gli uomini, auspicava l'abolizione di ogni barriera e confine, perché tutti siamo cittadini del mondo.
A queste idee il De Filippis aderì con entusiasmo ad. esse impronterà più tardi il suo operato di ministro.
Ma c'era in lui qualche cosa comune a molti uomini del 7OO, c'era cioè uno spirito di inquietudine e di avventura che lo spingeva a muoversi, a viaggiare, a cercare nuove esperienze; Napoli, dopo qualche tempo, non dovette più soddisfarlo e trovò la maniera di allontanarsene.
I Borboni avevano fondato a Bologna un importante centro di studi, il. "Collegio Ancarano", che sostenevano a proprie spese; ad esso potevano accedere gratuitamente e per merito, i giovani nati nel regno, di buona famiglia intelligenti e capaci. Vi si insegnava legge, filosofia, matematica, medicina; vi si poteva rimanere non più di sei anni e, alla fine dei corsi, era conferito il dottorato, riconosciuto ed equiparato a quello delle altre università. Il De Filippis partecipò al concorso per i posti in questo Collegio, lo vinse brillantemente, si trasferì quindi a Bologna per perfezionarsi nella matematica e nella filosofia. Soggiornò nella città gli anni necessari per compiere il regolare corso di studi e per conseguire il dottorato; qui fu discepolo del celebre matematico Sebastiano Canterzani al quale si legò di duratura amicizia e col quale tenne una assidua corrispondenza che mai interruppe, nemmeno quando fu costretto a soggiornare nella. lontana Calabria..
Furono questi; anni di Bologna, per lo studioso calabrese, un periodo di lavoro intellettuale costante ed intenso; ampliò la sua cultura, approfondì questioni matematiche, si aggiornò sui più recenti ritrovati e scoperte della fisica, meditò severamente sui vari sistemi filosofici. Là sua personalità si arricchì, si completò; non è da dubitare che su questa esperienza poggerà successivamente la sua attività di scienziato e di filosofo.
Conseguito il dottorato, da Bologna sì portò a Napoli e vi rimase qualche anno cercando di ottenere un incarico o un ufficio che gli consentisse dì vivere e di poter ancora studiare; purtroppo i suoi tentativi fallirono; a corte non trovò terreno favorevole, i vari ministri non lo compresero o non lo seppero apprezzare. Ritornò pertanto a Tiriolo verso il 1777 e qui passò molti anni della sua vita; il Canterzani, scrivendogli, nel deplorare l'incomprensione della corte di Napoli, gli invidiava il "ritiro" nel luogo natio che gli avrebbe consentito di lavorare in perfetta tranquillità.
Fu verace profeta.
Nèl proprio paese dimorò circa dieci anni, fino ai 1787 cioè, e furono anni di fatiche aspre, di meditazioni profonde; là solitudine in cui viveva, la pace dei luoghi, la serenità dell'animo favorivano il suo lavoro: unico ristoro alla instancabile attività erano la contemplazione delle superbe bellezze, naturali e la conversazione con l'umile gente, incolta sì, ma di animo grande e di sentimenti primitivi e nobili; Sentì il bisogno di crearsi una famiglia a sposò una donna virtuosa e gentile, Rosalinda Stella, dalla quale ebbe diversi figli, alla cui educazione si dedicò con l'impegno di un padre veramente esemplare.
Ma il bisogno di evadere, la nostalgia di tornare alla città della sua prima giovinezza, ogni tanto lo attanagliavano e non gli davano requie; si recava allora a Napoli, rivedeva gli amici che gli facevano festa, si aggiornava sugli studi; erano tuttavia assenze dì poca durata, il richiamo della famiglia e del lavoro interrotto lo restituivano presto alla terra natale. Ed in un crescendo di amorevole fecondità, proprio in questo torno di tempo, scrisse le sue più importanti opere di filosofia, di matematica, di fisica, e cioè: "Corso di etica", "Scritti filosofici e metafisici", "Statica e dinamica", "Scritti di fisica e di meccanica".
Si diffondeva intanto la sua fama; questo matematico-filosofo che, vivendo sperduto in un angolo remoto della Calabria, dava esempio di come sotto qualsiasi cielo si possa pensare, meditare, creare, attirava su di sé l'attenzione degli uomini di pensiero e di scienza: l'Accademia Cosentina dei Pescatori Cratilidi lo accolse trai suoi soci; la R. Accademia di Scienze e Belle Lettere di Napoli, sorvolando sopra ogni formalità, lo iscrisse, nel l779, tra i suoi componenti. Bologna lo chiamava a ricoprire una cattedra universitaria che egli rifiutava a favore di colui che era stato già suo maestro a Napoli; il canonico Gerolamo Saladini, e Caterina II di Russia l'invitava ad insegnare a Pietroburgo, ma le affettuose sollecitazioni dei suoi ed il lungo e disagevole viaggio che avrebbe dovuto intraprendere lo indussero a declinare l'invito.
Nei 1787 Don Giovanni Bianhi, valente medico e professore nel Real Collegio di Catanzaro, lasciava, perché avanzato in età, la cattedra di matematica che aveva tenuto con competenza ed onore; a succedergli nel posto veniva destinato Vincenzo De Filippis.
Accettò l'incarico e si trasferì a Catanzaro; ebbe così inizio, per lui, quella attività di insegnante che, sebbene di breve durata, lo doveva tuttavia rendere noto ed apprezzato tra gli intellettuali del luogo per i tesori di dottrina che profondeva dalla cattedra. Si dedicò a questo ufficio con trasporto e zelo; spiegava e dettava le sue lezioni di matematica e di fisica, ma sentiva poi il bisogno di completarle, di arricchirle con conferenze ed esperimenti; non esitava perciò a sottoporsi ad un lavoro che andava oltre i limiti del dovuto.
Ed ebbe discepoli che lo amarono ed onorarono in vita e che, dopo la morte, lo ricordarono sempre con venerazione e rimpianto; tra i tanti ci basta citare solamente Giuseppe Poerio, il grande avvocato, il famoso giureconsulto, il patriota che, nel 1801, venuto da Napoli, ove aveva fissato la sua dimora, a Catanzaro, sentì il bisogno di portarsi a Tiriolo per visitare la famiglia del suo maestro.
L'insegnamento tuttavia non Io distoglieva dagli studi diletti "continuò a lavorare con lena ed a questo periodo appartengono gli scritti: "Appunti di matematica e meccanica", "Meccanica", "Problemi di matematica, meccanica, dinamica", opere che hanno una palese relazione con quello che andava insegnando; in esse, forse, sviluppò quanto a scuola aveva trattato in sintesi, o forse, a scuola, sintetizzò quello che nelle opere aveva ampiamente svolto.
Da Catanzaro si recava spesso a Tiriòlo ove risiedeva là famiglia; il viaggio era lungo, piuttosto disagiato, monotono, ma il De Filìppis non sentiva la noia, inconsapevolmente si immergeva in meditazioni profonde e cercava, evidentemente, la soluzione di qualche difficile problema di matematica, se, come si racconta, a volte scendeva dal cavallo, disegnava sulla sabbia figure geometriche, scriveva numeri e stava a lungo a fissarli pensoso: la gente che gli passava vicino guardava stupita il professore e abbozzava un timido e rispettoso saluto.
La sua attività di insegnante durò esattamente sei anni, il 1793, infatti, chiese ed ottenne la giubilazione; pur essendo stato in servizio un periodo di tempo relativamente breve, gli veniva concesso, per i suoi grandi meriti, un. assegno di dieci ducati al mese. Le ragioni che lo indussero a lasciare là cattedra si debbono attribuire alle non buone condizioni di salute: soffriva di asma e di reumatismi che lo costringevano talvolta all'immobilità. Ritornò al suo luogo natio a vivere tranquillamente tra i monti e la sua gente, a ripigliare con più impegno gli studi; è di questo periodo il permesso concessogli dal Re per fare scavi di antichità nel territorio di Tiriolo.
Ma il soggiorno nel paese natio fu di breve durata, perché presto si trasferì nella città della sua prima giovinezza.
Egli, in questi anni, era tra i più accesi fautori delle idee venute di Francia, tra gli idealisti che aspettavano di vedere realizzato il nuovo ordine sociale, tra coloro che prepararono la caduta del vecchio stato e l'avvento del nuovo. E, venuti i Francesi, dato il suo passato di illuminista-giacobino, era naturale che, nata la Repubblica, fosse chiamato ad occupare in essa cariche e posti di responsabilità. Fu, infatti, messo a presiedere la commissione di vigilanza sulle casse di pubblica amministrazione e tale ufficio disimpegnò con competenza.
Ma la sua carriera politica doveva culminare con la nomina a Ministro dell'Interno in sostituzione del dimissionario Conforti; in questo incarico fu di una attività instancabile.
La Repubblica Partenopea ebbe vita gloriosa, ma durata breve; nata nel gennaio del 1799, cadeva in maniera eroica nel giugno dello stesso anno.
Ferdinando IV di Borbone che, da vero codardo, alla venuta dei Francesi aveva abbandonato Napoli, passato il primo smarrimento, da Palermo, ove si era rifugiato, decise di opporre alla rivoluzione la controrivoluzione ed a tanto designò il cardinale Fabrizio Ruffo; sbarcò questi in Calabria l'8 febbraio del 1799 e, nel volgere di pochi mesi, pervenne alle porte della capitale. Le principali tappe di questa memorabile marcia si chiamano Bagnara, Mileto, Monteleone, Catanzaro, Crotone, Cariati, Matera, Altamura, Noia; l'esercito, racimolato tra il basso popolo e detto dei Sanfedisti, dei difensori della santa fede cioè, era costituito da una accozzaglia di gente che nulla conosceva dell'arte militare, ma che, in compenso, era invasata da acceso e cieco fanatismo. E furono proprio le schiere di questi fanatici, non sempre tenuti a freno, che procurarono al cardinale Ruffo i rapidi successi e le vittorie di cui, in aprresso, egli doveva andare superbo; le schiere dei repubblicani, all'incontro, ridotte di numero e non sempre convinte della bontà della causa che difendevano, si rivelarono fiacche e facili a cedere.
Lo scontro finale tra gli uomini del Ruffo e le forze della Repubblica avvenne alle porte di Napoli, precisamente al ponte della Maddalena; i repubblicani si batterono con coraggio, ma, alla fine, furono costretti a cedere, sopraffatti dal numero. Tra i combattenti, soldato tra i soldati, era pure Vincenzo De Filippis.
Battuti al ponte della Maddalena, i Partenopei, a tentare l'estrema difesa, si ritirarono nei castelli Angioino, di S. Elmo e dell'Ovo; qui rimasero asserragliati per alcun tempo, decisi a vendere cara la pelle fino a quando non intervennero trattative e patti coi quali si stabiliva che gli assediati, capitolando, avrebbero avuto salva la vita e che ad essi, altresì, sarebbe stata concessa la facoltà di restare a Napoli o di imbarcarsi per Tolone.
I patti, però, sebbene consacrati da giuramento, non furono rispettati e fu anche tradita la fiducia da parte dei Borboni, i capi della caduta Repubblica furono imprigionati e successivamente processati e giustiziati.
Caddero sono le mani del boia, dopo un sommario processo, Domenico Cirillo, Mario Pagano, Francesco Caracciolo ed altra numerosa schiera di eroi; cadde pure Vincenzo e Filippis.
Non sappiamo a quale carcere il De Filippis fu destinato; conosciamo però la durata delle sue sofferenze: cinque interminabili mesi. A queste sofferenze fisiche, aggravate dalla malferma salute, si aggiunsero quelle morali; la sua sventura, infatti, travolse anche la famiglia e, nel carcere, gli venne notizia che la sua casa di Tiriolo era stata saccheggiata ed arsa, che i suoi scritti, in gran parte, erano andati distrutti, che i suoi averi erano stati confiscati e che perfino una abbondante quantità di olio, che doveva essere venduta, era stata sequestrata dalla polizia borbonica.
Fu condannato a morte. i128 novembre 1799, unitamente ad altri sette, veniva impiccato in Piazza Mercato al cospetto di una folla di lazzari tumultuanti: scontava così la colpa di aver creduto in un alto ideale umano di progresso. .
Fu sepolto nella Chiesa di S. Eligio.