Letterati
» Barrio Gabriele

 

È il più illustre personaggio a cui Francica diede i natali (nato pare intorno al 1506 a Francica (Cz) e morto dopo 1577).
Da annoverare tra i grandi letterati della Calabria, assieme a Tommaso Campanella, Bernardino Telesio, Pasquale Galluppi, Corrado Alvaro ecc., Gabriele Barrio gode di grandissima fama. Egli è il primo ed il più grande storico della Calabria, alla cui sua più grande opera, il De antiquitate et situ Calabriae, libri quinque (Antichità e luoghi della Calabria, libri cinque), hanno attinto ed attingono tutti gli storici che trattano la storia della nostra Regione.
Nacque a Francica intorno al 1506. Supponiamo tale data non in base a dati anagrafici certi, ma in virtù di alcuni suoi scritti nella sua opera maggiore summenzionata; infatti, nel ricordare Padre Ferdinando Rettura, prete di Francica, di cui il Barrio riporta la data di morte, il 23 giugno 1516.
Dove iniziò i suoi studi non ci è dato ancora di sapere, però vi è da supporre, considerato la grande ammirazione per Ferdinando Rettura, che il Barrio abbia frequentato la scuola del Loco di Comerconi, che, ricordiamo, fu proprio il Rettura ad aprirla pubblicamente a giovani e meno giovani e che consenti, a nostro avviso, l’istruzione di molti francicoti, che, poi, eccelsero in diverse discipline. Supponiamo vero ciò, anche perché la scuola di Comerconi del Rettura, aperta verso la fine del ’400 vicino San Costantino, era una scuola che avviava i giovani al sacerdozio. Tale resterà la scuola del Loco anche dopo la morte del suo fondatore, il Rettura, e con tale indirizzo fino all’anno della sua distruzione a causa del terremoto del 1783.
È da supporre anche che il Barrio appartenesse a modesta ed umile famiglia. La nostra supposizione nasce da queste considerazioni: intanto il nostro dotto concittadino non aveva molta stima della nobiltà in genere e nel suo De antiquitate... non ne fa mistero; inoltre, secondo noi, egli potè istruirsi grazie alla scuola del Rettura, che era pubblica, quindi gratuita e aperta a chiunque: istruzione che era, fino agli inizi del ’800, appannaggio di poche persone appartenenti a ceti sociali elevati; infine, per il fatto che il Barrio, volutamente, non abbia fatto menzione alcuna di altri illustri suoi compaesani e contemporanei, molti dei quali componenti di nobili famiglie, forse per un sentimento di frustrazione e di rivincita nei confronti di essi. È quest’ultimo punto, secondo noi, la tesi più attendibile del perché lo storico sacerdote abbia voluto tacere sulla poetessa Pittarelli, su P. Stefano cappuccino, su Giulio Cesare Comerci, su Frate Antonino de Hastis, tutti personaggi appartenenti a "nobil famiglia".
Il Barrio, quindi, divenne sacerdote.
Della permanenza tra i Minimi, purtroppo, non sappiamo niente del nostro storico. In questo periodo, probabilmente, conobbe il futuro Cardinale Guglielmo Sirleto, anch’egli calabrese e custode della Biblioteca Vaticana. Fu forse il Sirleto, uomo di vastissima cultura, che consigliò il Barrio a seguirlo a Roma, essendosi trovato di fronte un frate di grande cultura classica ed umanistica.
Come altri studiosi della Calabria del ’500, il nostro storico si allontanò dalla nostra Regione. Si recò a Napoli per dedicarsi agli studi e da qui poi passò a Roma.
Nella Capitale fu vicinissimo al Cardinale Sirleto, di cui ben presto ne divenne il suo segretario. Nel circolo culturale del Sirleto, il Barrio conobbe, e ne divenne amico, il dotto fiorentino Pier Vettori, grande amico del Cardinale, sotto la cui guida, che accese ed alimentò la vocazione umanistica del nostro storico, nel 1554 esordì a Roma pubblicando tre libri: Pro lingua latina libri tres, De aeternitate Urbis liber unus e De Laudibus ltaliae liber unus, che ebbero grande successo.
Il Pro lingua latina, in tre libri, è un’opera che elogia la validità della lingua latina e nel contempo disprezza coloro i quali hanno scritto in lingua volgare, non risparmiando nemmeno, con durissime critiche, Dante, Petrarca, Boccaccio, ecc.
Il De aeternitae Urbis, in un unico libro, è dedicato alla città di Roma, alla sua storia e alla sua missione guida nel mondo voluta da Dio.
Il De laudibus ltaliae, il cui titolo non ha bisogno di alcun commento, tesse le lodi d’italia, attingendo a ciò che scrissero Varone, Cesare, Livio, Vitruvio e Plinio.
È evidente che il Barrio era già a Roma da diversi anni prima che pubblicasse le sue prime tre opere letterarie, che si ritrovano nella biblioteca Lancisana, nel complesso religioso del Santo Spirito.
Di fronte a questo materiale nacque l’idea al nostro Barrio di fare un’opera storico-geografica della nostra Regione. Sia il Santoro, probabilmente, che il Sirleto, sicuramente, seguirono e incoraggiarono il nostro storico a quest’opera, che si accinse a realizzarla dopo il 1550, dopo che Leandro Alberti, bolognese, realizzò un’opera geografica sommaria e insufficiente sulla Calabria.
Il Barrio realizzò, così, dopo un intenso lavoro, il De antiquitate et situ Calabriae, un’opera storica, ma anche geografica e toponomastica, che il nostro erudito frate si affrettò a pubblicare nel 1571, in un volume suddiviso in cinque libri e dedicato a Bernardino Sanseverino, principe di Bisignano.
Va ricordato, a tal proposito, che nel 1566 il Sirleto divenne vescovo della Diocesi di S. Marco, in provincia di Cosenza. S. Marco faceva parte del Ducato posto sotto le dipendenze di Niccolò Bernardino V Sanseverino, che divenne Principe di Bisignano nel 1564. Questa coincidenza apri una buona amicizia tra il dotto Sirleto ed il Principe, che era molto sensibile alla cultura, tanto da essere un buon mecenate verso i letterati. Il Barrio approfittò di questa amicizia tra il suo amico vescovo ed il Sanseverino, il quale gli diede i mezzi economici per pubblicare il De antiquitate, che, peraltro, egli aveva pronto, come si appura nel proemio del Pro lingua latina e nel De laudibus Italiae.
Ipotizziamo il 1579 l’anno di morte del nostro storico alla luce di alcuni documenti rinvenuti a Londra.
Il Barrio le scrisse da Roma tutte e tre in lingua volgare e non in latino, tale e tanta era l’amicizia e l’intimità che lo legava al Vettori. La prima lettera è datata 29 agosto 1578, la seconda 20 settembre 1578 e la terza il 21 ottobre sempre dello stesso anno. Le tre lettere hanno prevalentamente come oggetto la richiesta di libri e documenti che servivano al Barrio per rivedere il De antiquitate, e, attraverso il riscontro della revisione della sua opera, ci consentono di affermare che il Nostro ci lavorò sopra dopo l’ottobre del 1578. Questo ci fa pensare che il Barrio lavorò sul De antiquitate, presumibilmente, anche nel 1579 o forse nel 1580 e che il sopraggiungere della sua morte gli impedì di ristampare il suo capolavoro.